Racconti e scritti sull’Alto Ionio

Quando Vittorio De Seta realizzò 10 cortometraggi sui “Mondi perduti” viaggiò e visitò la Sicilia, la Sardegna e la Calabria. Qui si soffermò su un paesino arroccato sui monti del Pollino, difficile da raggiungere, dimenticato da Dio, dove però a fine Aprile succedeva qualcosa, insieme alla Primavera ritornava la vita ad impadronirsi non solo della natura, ma di uomini e donne, bambini ed anziani. Ci si preparava alla festa…

Abbiamo voluto ricordare Vittorio De Seta non solo per ciò che racconta, ma anche per come lo fa. Ogni fotogramma de “I Dimenticati” è un’immagine bellissima e dura allo stesso tempo.

Buon a lettura..

“Monti innevati, spazzati dal vento. Tra gli alberi spunta una figura di pastore, poi compaiono pecore, capre. “Può sembrare incredibile, ma in Calabria ci sono ancora persone che vivono come all’origine dei tempi.” (…) La voce racconta come un tempo gli uomini si costruissero gli utensili, si facessero “tutto con le proprie mani”. Un solenne canto corale accompagna visioni dei monti di grande respiro; il pastore gioca con il cane, le pecore sono in continuo spostamento alla ricerca dei rari spiazzi d’erba. (…) “Gli uomini erano immersi, coinvolti nella natura, dalla quale dipendeva tutto. Per quello erano portati a identificarla con un’entità suprema, eterna nei confronti della quale provavano soggezione, gratitudine. Con essa in ogni momenti dovevano vivere in armonia.”

© da “In Calabria”, sinossi di un documentario di Vittorio De Seta, 1993

 

Calabria. Alessandria del Carretto. 1959. Un camion sale a fatica per una strada sterrata di montagna che bruscamente interrompe. La voce fuori campo spiega come la costruzione della strada sia stata abbandonata dieci anni prima: “Sembra un sortilegio, la tecnica si è arresa alle alluvioni, alle frane”. Il paese più alto è “condannato” a scomparire; “da secoli attende l’acqua, la ruota, la speranza”. Il carico del camion viene trasferito sui basti dei muli. Uomini e muli attraversano boschi, guadano fiumi, si inerpicano su pietraie. Attesi, sotto la pioggia, dagli abitanti che fanno ala al loro ingresso in paese. “Alessandria del Carretto: un mucchio di case vecchie, 1600 uomini e donne, un mondo arcaico, spento, dimenticato”. Volti e lavori contadini di sempre. Il ballo di due uomini al suono di una fisarmonica e di un tamburello sembra annunciare un “evento” insolito. Questo mondo dimenticato “vive”. Ogni anno, “dopo il lungo letargo invernale, esplode improvvisa la festa della Primavera”. All’alba, i “mastri d’ascia” abbattono sulla montagna un abete; tutti gli uomini salgono ad assistere al rito, aiutano a sfrondare, a “preparare” l’albero abbattuto. Tra voci, incitamenti, musiche vivaci di fisarmonica, botti, cominciano a trascinarlo a fatica verso il paese. E’ un rito millenario: “L’albero delle cime montane simboleggia le forze più vitali e nascoste della terra. Ogni anno, la comunità se ne impossessa, le trascina nel proprio seno e, in tal modo, vivifica se stessa e rinasce”. Il tragitto è lungo e impervio; tutti assieme lo spingono, lo tirano, lo frenano. I botti in cielo si fanno sempre più fitti. Al corteo si aggregano via via giovani con ramoscelli, donne con i cesti delle vivande usate per un pranzo sull’erba, portati sulla testa. Infine, il corteo entra in paese. Il giorno dopo, in piazza, le donne offrono all’incanto oggetti, formaggi, quanto possono; il ricavato servirà per pagare le spese della festa. Parallelamente, viene costruito, levigato, adornato di una chioma frondosa l’albero della cuccagna e si svolge per le vie del paese la processione del Santo Patrono. Tutto punteggiato dalla musica della banda municipale e dagli spari fittissimi dei mortaretti.  Tra urla di incitamento, viene innalzato, altissimo, l’albero della cuccagna. Un giovane prova invano a scalarlo. Un altro sale più agilmente. I volti in ansia, tesi, attenti degli astanti, chi silenzioso e ammirato, chi prodigo di consigli e incitamenti, scandiscono l’ascesa. Il giovane arriva in cima, si appende con le gambe ai rami, si lascia oscillare. (…)

© da “I dimenticati”, sinossi di un documentario di Vittorio De Seta, 1959

Alcuni momenti salienti della festa: l’uscita nel bosco, il taglio e la levigatura del tronco, il trasporto a braccia dal monte fino in paese (che dura un’intera giornata), il ricongiungimento del tronco con la sua cima, l’innalzamento dell’abete nella piazza del paese e il tentativo di scalata dell’albero della cuccagna, infine, l’abbattimento dell’abete. Anche i paesaggi saranno diversi e a volte contrastanti: il bosco, in cima al monte da dove si scorge il mare a 1000mt d’altezza; la strada che lo collega al centro abitato, il paese con le sue piazze chiuse e le case di pietra.

“La festa dell’abete è un momento di gioia terrena ed extra-terrena, che rinforza le radici del popolo con la sua terra e con la tradizione. In essa si trova la storia di un intero popolo”.

©Paola Favoino

©Paola Favoino

 

 

Un altra immagine dell’alto Ionio, un altro racconto.

ORIOLO DI CALABRIA

                                      di  Nicola Oronzo Accattato

Dalla collina, la strada

che porta alla ferrovia e al mare

si snoda bianca sotto il sole.

Poche macchine ci passano:

è tutta buchi -si lamentano-.

 

Sotto un tronco d’ulivo

pochi rumori, una mosca che ronza

e un senso di desolazione

dai campi bruciati.

 

E’ il momento senza scampo

quando il futuro è silenzio di sconforti

in qualsiasi posto,

e il passato è un mondo sfuggito per sempre

dalle mani di questo presente.

 

Fra poco è il tramonto.

Dal monte verranno fuori

tante piccole nuvole rosa

come un momento di dolcezza.

 

Macchine tornano dal mare.

Sono i professori del paese,

i “don” che giocano a carte la sera,

con maestria e con quel tatto da signori

che fa pubblico intorno al tavolino.

 

Il mare io lo vedo infinito e accogliente

come il tuo corpo,

un tuffo di protezione che avvolge

come un velo,

dove ci si dimentica e diventa facile ridere e scherzare.

 

Gli zoccoli degli asini sulla strada,

tornano dai campi.

Non s’è guadagnato quasi niente

neanche oggi.

Ma oramai si è già abituati.

 

Parlano di politica,

così, alla buona:

Andreotti,

la strada che hanno promesso da anni

e il lavoro che non viene.

E la battuta di spirito arriva,

aspettata da tutti

e i volti bruciati dal sole

si plasmano nel riso.

 

La sera è lunga a scendere

sulle case.

Di un colore più intenso si riveste

la campagna…

 

Le luci nel paese:

come ferite di case, le vie,

strette,

incontrate un giorno

piene di mistero

si allungano allo sguardo inconfondibili

come uno specchio di memoria

dove mi immergo con abbandono…

 

 

Giorni di festa, processione

e donne scalze che pregano

con canzoni,

fiori di ginestra per terra,

uomini con l’abito,

pochi soldi in tasca

ma bastano a far sentire la presenza.

 

Grida altissime per il marito

figlio

moglie

padre

cugino

zio

che è morto.

Lacerazione immensa.

Fredda miseria

che cade nel corpo.

E tutto porta a nulla:

una nicchia di pianto

che solo un giorno, lontano,

si disperde.

 

Solo qua le civette cantano tutta notte.

Fanno sussultare.

Ma c’è chi si abitua, pacato:

in fondo è anche questa la sera!

E ne fa una regola di vita

senza emozioni particolari –pacato—

 

Luci su un’altura.

Poche case. Pochissime persone.

Ricordo, ci vivevano meglio tempo fa.

Ma ora è dappertutto uguale l’uomo:

tante persone che girano per casa

e nessuno parla.

Come bestie

la nostra preda è sempre altrove…

© Nicola Oronzo Accattato

Milano 1970